lunedì 17 ottobre 2011

DE LAURENTIIS AL NAPOLIFILMFESTIVAL…TRA CINEMA E POLITICA (video della serata)







Il presidente del Napoli e della Filmauro Aurelio De Laurentiis è stato ospite di uno degli Incontri Ravvicinati organizzati dal NapoliFilmFestival  nell’Auditorium di Castel Sant’Elmo. Come gli altri ospiti delle serate il Presidente ha dovuto selezionare alcune sequenze tratte dai film che più ha amato e la sua scelta è andata su La Strada di Federico Fellini, Rashomon di Akira Kurosawa e Spartacus di Stanley Kubrick. La chiacchierata fatta con il giornalista Antonio Monda è stata molto interessante per la numerosa platea dell’Auditorium anche perché De Laurentiis ha parlato prevalentemente di Cinema toccando numerosi punti riguardanti la Settima Arte, dalla produzione alla distribuzione, dagli aneddoti dei tempi in cui si producevano in Italia circa 300 film all’anno (oggi a stento si supera la settantina) a quelli sul modo di fare Cinema di quelli che secondo lui sono gli unici veri grandi registi mai esistiti, Fellini – Kurosawa – Kubrick: di Fellini ha ricordato il fatto che i due film prodotti dal padre e dallo zio hanno vinto entrambi l’Oscar (La Strada e Le Notti di Cabiria) e ha menzionato anche il motivo di dissidio che fece interrompere il felice sodalizio tra la produzione De Laurentiis e il regista che non volle cambiare la sceneggiatura de La Dolce Vita e visto che lo zio Dino non ammetteva assolutamente che in un film ci potesse essere un padre che uccide i propri figli la loro relazione artistico-professionale si concluse prima di quel film. Di Kurosawa ha ricordato come per Rashomon chiese a tutta la troupe compreso il cast di vivere in assoluta compenetrazione con l’ambiente che nel film veniva raccontato, e poi ha raccontato di come all’uscita del film in Italia i primi manifesti riportassero erroneamente il nome del regista senza la lettera K che in quegli anni nel nostro paese non era vista di buon occhio e per nulla usata e quindi Akira era diventato Achira e Kurosawa, Curosawa. Su Stanley Kubrick ha detto che è stata la dimostrazione lampante che si può essere maestri di Cinema anche girando film di genere e lui ne ha fatti di meravigliosi e tutti diversi tra loro.
Aurelio De Laurentiis non ha disdegnato accenni alla politica e al totale menefreghismo dei governi verso la Cultura che dovrebbe essere la prima e più grande risorsa economica dell’Italia mentre viene vista come un peso e addirittura maltrattata e rifuggita dal Ministero che se ne dovrebbe occupare; ha approfittato per dire la sua sui gravi fatti di Roma con la città messa a ferro e fuoco durante la manifestazione del 15 ottobre secondo lui non certo dai manifestanti pacifici molti dei quali erano romani e non avrebbero mai deturpato la loro città, ma da infiltrazioni probabilmente studiate a tavolino per creare tensione. Per concludere ha parlato di quello che Napoli deve diventare, della speranza che si deve avere sul futuro della città anche grazie al nuovo sindaco Luigi De Magistris con cui ha grandi progetti (compreso lo stadio) e per fortuna di tutti non è un burocrate che fa solo parole: ha però specificato che ognuno dei napoletani deve fare la sua parte per rimettere le cose a posto e  tutti insieme bisogna credere che è possibile farlo.


Paco De Renzis
Ecco i video di alcuni momenti dell'Incontro Ravvicinato col Presidente De Laurentiis:


   



mercoledì 12 ottobre 2011

TUTTI PER UNO – il mondo "cambiato" dai ragazzini


L’uso dei bambini nel cinema troppe volte avviene in maniera furbesca così come in molte situazioni riguardanti la comunicazione della nuova era: attirare pubblico mostrandoli e trattandoli come fenomeni da baraccone o il più delle volte per intenerire in maniera ricattatoria il consumatore. Il cinema francese da “Zero in condotta” di Jean Vigo fino a buona parte della filmografia dei fratelli Dardenne passando per quel capolavoro di Truffaut che va sotto il titolo “I 400 colpi” ha sempre ribaltato la funzione dei bambini che la convenzione promozionale imponeva al mercato, fosse esso pubblicitario o cinematografico: i bambini, in queste opere, vivevano i problemi alla stregua degli adulti spesso venendone travolti e subendone conseguenze per la vita. L’abilità narrativa dei cineasti transalpini era nel non dare per scontato che trovandosi al cospetto di protagonisti in tenera età le storie prendessero una piega ben definita e risaputa, e l’evoluzione degli eventi non doveva impietosire lo spettatore ma emozionarlo nell’immedesimazione facendolo tornare piccolo anche se non per forza di cose spensierato e speranzoso. Questa prerogativa di molti dei registi francesi trova riscontro e seguito nell’ultima pellicola di Romain Goupil: l’eleganza di film come “Tutti per uno” sta nel portare alla ribalta questioni serie e problematiche sociali quali l’immigrazione attraverso la delicatezza, la follia e l’entusiasmo dei bambini. La storia viene narrata da Milana, un’anziana signora cecena, nell’anno 2067 e racconta di quando nel 2009 da bambina, a Parigi, rischiò di essere rimpatriata perché così come i suoi genitori non aveva permesso di soggiorno: erano i giorni in cui con controlli a tappeto le forze dell’ordine verificavano la presenza nei quartieri delle città francesi dei “sans papiers”, di clandestini, così da rimpatriarli una volta scovati. Molti di questi controlli avvenivano anche nelle scuole per arrivare a trovare i figli degli immigrati per poi risalire alle famiglie; così quando Youssef, un compagno di classe di Milana, all’improvviso viene prelevato dalla polizia e rimpatriato con genitori e fratelli, alcuni bambini amici della piccola cecena decidono di organizzare una fuga per non permettere che a lei avvenga lo stesso. L’epilogo della storia di Milana, il suo narrarla da un futuro senza razzismo, rimpatri forzati, inutile violenza, sa di utopia ma è anche l’emblema di una necessità di affidare ai più piccoli i possibili cambiamenti di questa società; come se fossero i bambini gli unici legittimi depositari di un’eventuale e inevitabile rivoluzione. Accanto a un gruppo di sorprendenti piccoli interpreti, protagonisti che riescono in maniera pregevole a far scorrere il ritmo della narrazione, c’è una bravissima Valeria Bruni Tedeschi, sempre più versatile e certamente a suo agio in un’opera lodevole e apprezzabile come quella del regista Goupil.    

Pasquale De Renzis


martedì 11 ottobre 2011

TOMBOY la ricerca dell’identità sessuale in un film sulla fine dell’infanzia


Chi ha voluto affibbiare etichette ad un film come Tomboy non ha perso tempo e ha cavalcato battaglie pro e contro una storia che non aveva nessuna intenzione di catechizzare o imporre tesi sociali sulla sessualità degli esseri umani. La regista francese Celine Sciamma, di origini italiane, ha girato una pellicola sulla fine dell’infanzia, prendendo spunto da una piccola grande bugia di una bambina che si finge maschio con il gruppo di nuovi amici del paese in cui si è dovuta trasferire con la famiglia. La delicatezza, la sensibilità, e la profonda semplicità della narrazione rendono Tomboy (in gergo inglese significa “maschiaccio”) un’opera poco convenzionale sul mondo dei bambini anche perché si racconta senza esasperazione il tema dell’identità sessuale che per scherzo, per opportunismo o magari per inconscia necessità irrompe nella vita della protagonista Laure portandola a vivere un’esperienza in cui emozioni contrastanti di gioia, delusione, vergogna, rabbia e profondo affetto segneranno emblematicamente la fine della sua infanzia. Non aspettatevi nulla di crudo o sconvolgente da questo film, non ci sono scene scandalose o immagini che possono turbare la suscettibilità di qualcuno: Tomboy è una bellissima storia che non analizza o moralizza e di certo non pretende di spiegare dove e quando nasce l’omosessualità in una persona, anzi non parla affatto dell’omosessualità come ha voluto precisare la regista, e la scena finale lascia spazio ad ogni tipo di interpretazione sul futuro della protagonista. Scritto in tre settimane, girato in venti giorni con 500mila euro e senza attori famosi, il film della Sciamma, venduto in tutto il mondo dopo aver sorpreso ai Festival di Berlino e Torino, è una significativa dimostrazione di cinema innovativo e indipendente che può aspirare al successo anche senza effetti speciali e risate popolari.


Paco De Renzis

lunedì 10 ottobre 2011

SAN GREGORIO MAGNO:ALLUVIONE 7 OTTOBRE 2011

Le colate detritiche di San Gregorio Magno (Salerno) del 7 ottobre 2011

Tra le ore 19 e le 24 del 7 ottobre la parte occidentale del territorio comunale di San Gregorio Magno è stata interessata da alcune colate detritiche e detritico-fangose che hanno invaso l’area pedemontana dove si trova l’agglomerato di Teglia (figura 1).
I flussi rapidi si sono incanalati nel Vallone Matruro e nel Vallone Vadurso che hanno un bacino imbrifero che interessa il rilievo di Monte Paratiello-Monte Ogna con spartiacque intorno ai 1200 metri di quota. La zona pedemontana antropizzata si trova allo sbocco dei valloni tra le quote comprese tra 550 e 500 m circa.
Figura 1: Inquadramento geoambientale dell’area interessata dai fenomeni alluvionali rapidi del 7 ottobre 2011.
Figura 2: L’area pedemontana di San Gregorio Magno interessata dall’alluvione del 7 ottobre scorso e dai progetti di messa in sicurezza (in minima parte realizzati) elaborati fin dal 2003.

L’area pedemontana si trova al raccordo tra i ripidi versanti impostati su rocce carbonatiche molto fratturate di età mesozoica con una locale copertura di sedimenti sabbioso-argillosi di età pliocenica e sedimenti prevalentemente vulcanici che colmano varie depressioni morfostrutturali. Sui versanti si rinvengono diffusamente detriti calcarei sciolti e uno spessore esiguo e discontinuo di suolo (derivante da sedimenti piroclastici) che consente lo sviluppo della vegetazione erbacea, arbustiva ed arborea. L’area montana si presta alle attività pastorali e agricole per cui è molto frequentata; diverse strade anche asfaltate consentono l’accesso alle aree coltivate e ai pascoli. Negli ultimi anni sulle creste dei rilievi sono stati realizzati vari impianti eolici per la cui costruzione sono state aperte nuove strade non asfaltate. Una carenza generale delle vie di penetrazione sulla montagna è rappresentata dalla mancanza di una adeguata raccolta e smaltimento delle acque di ruscellamento superficiale. Nella zona pedemontana dei valloni (figura 2) è stata realizzata una sistemazione idraulica solo lungo un tratto del Vallone Vadurso (alveo dimensionato per una portata massima di oltre 50 mc/sec) che ha consentito di trasformare l’alveo-strada in un alveo protetto e regimato mentre la via è stata realizzata fuori alveo. L’intervento di messa in sicurezza del vallone prevedeva la sistemazione anche dell’asta montana al fine di trattenere i detriti; per evitare che le acque e i detriti del Vallone Matruro invadessero l’abitato di Teglia (come è accaduto il 7 ottobre scorso) era stata progettata (nel 2003) la realizzazione di un nuovo alveo che collegasse lo sbocco del vallone con l’alveo del Vadurso. Quest’ultimo progetto non è stato finanziato. Se fossero stati realizzati i progetti presentati alla Regione Campania per il finanziamento nel 2003 gli effetti dell’evento alluvionale sarebbero stati certamente molto mitigati specialmente nella zona abitata e antropizzata di Teglia che è stata invasa dai flussi fangoso-detritici provenienti dal Vallone Matruro che era senza recapito adeguato a smaltire flussi di portata superiore a qualche mc/sec.
Il volume dei detriti complessivamente è stato stimato preliminarmente intorno ai 30.000 mc. Le portate massime dei flussi sono state valutate tra alcune decine e oltre 50 mc/sec. Lungo il Vallone Matruro si sono incanalati almeno tre flussi principali tra le ore 19 e 24 circa; lungo il Vadurso si sono incanalati due flussi principali tra le ore 20 e 24 circa. L’evento piovoso, a giudicare dagli effetti al suolo, ha interessato principalmente l’area montana (tra 1 1000 e 1200m circa di altitudine) e marginalmente l’area abitata ubicata tra i 450 e 550 metri di quota. I valori delle precipitazioni registrati nell’area abitata non sono riferibili alle piogge che hanno interessato l’area montana. In base agli effetti ambientali sembra che l’evento piovoso verificatosi tra le 18 e le 24 circa del 7 ottobre sia correlabile con quello che interessò Atrani nel settembre 2010 (intorno a 150 mm). I flussi detritici che hanno invaso Teglia hanno provocato i danni principali; essi non erano più incanalati (come invece accadde ad Atrani) in quanto allo sbocco nella zona pedemontana si erano distribuiti sull’antica conoide scorrendo sulla superficie del suolo con un’altezza variabile da qualche decina di cm a circa 1 m in relazione alla morfologia del terreno e alla presenza di manufatti, scavi antropici ecc., che hanno causato locali accumuli di detriti. I rilievi eseguiti il giorno 8 ottobre lungo i versanti hanno consentito di verificare che la pioggia precipitata nelle parti in cui affiora la roccia carbonatica fratturata si è infiltrata nel sottosuolo e non ha dato origine a deflusso superficiale come solitamente accade sui rilievi carbonatici della Campania (figura 3). 
Figura 3: Località Melizza, parte nordorientale del bacino del Vallone Vadurso dove si innescato un potente flusso detritico alimentato dai versanti interessati dalla costruzione di strade non asfaltate.

Le parti di territorio che hanno dato origine a deflusso superficiale sono rappresentate dalle strade asfaltate e non; altre aree di deflusso consistente corrispondono alle zone di affioramento di sedimenti poco permeabili quali le superfici coltivate in corrispondenza dei terreni argillosi pliocenici e le superfici dei pianori colmati da sedimenti di origine piroclastica. Si sottolinea che queste aree causano ruscellamento superficiale consistente solo in occasione di eventi piovosi particolarmente intensi.
Figura 4: Esempio di inadeguata realizzazione di strade che hanno causato il potente flusso detritico di località Melizza.

Dagli effetti si deduce che l’evento piovoso deve avere avuto vari picchi di intensità tali da causare un generalizzato deflusso superficiale con conseguente erosione di sedimenti fini e detriti calcarei che concentrandosi negli alvei ha originato i flussi detritici che hanno invaso ripetutamente l’area pedemontana inglobando enormi volumi di detriti presenti lungo i valloni.
I rilievi documentati da foto hanno evidenziato un aspetto di particolare importanza per la sicurezza ambientale
circa gli interventi antropici lungo versanti particolarmente sensibili alle modificazioni morfologiche dei millenari
equilibri superficiali (figura 4).
Sulla zona di cresta della parte nordorientale del bacino del Vallone Vadurso, in località Melizza (figure 3 e 4), è possibile verificare che si è innescato un potente flusso detritico rapido solo in un vallone a valle di nuove strade (realizzate dopo il 2006 per la costruzione di numerose impianti eolici) non asfaltate e senza adeguate
canalizzazioni per la raccolta e smaltimento delle acque di ruscellamento. Durante l’evento piovoso lungo tutte le nuove strade si è innescato deflusso superficiale che ha causato il trasporto di ingenti volumi di detriti che si è riversato a valle lungo il versante in numerosi punti concentrandosi nell’asta valliva. In tal modo si è alimentato un flusso detritico (portata massima stimata di alcune decine di mc/sec) che ha percorso il vallone fino ad immettersi nell’alveo principale del Vallone Vadurso. Lungo il tragitto il flusso ha distrutto una strada e depositato un significativo volume di detriti calcarei (figura 5). I valloni adiacenti che drenano versanti lungo i quali non sono state realizzate nuove strade non sono stati interessati da deflussi significativi (qualche decina di l/sec)( figure 3 e 4).

Figura 5: Strada distrutta dal flusso detritico originatosi solo nel vallone che drena la località Melizza.

In località Piano di Melizza è possibile osservare che il deflusso proveniente dalle nuove strade ha dato origine ad un laghetto provvisorio in corrispondenza di una strada che ha funzionato da diga. L’acqua è tracimata e si è incanalata, come lungo uno scarico di superficie, lungo la strada in discesa causando una evidente erosione di detriti calcarei (figura 4). Tale situazione richiede una adeguata messa in sicurezza.
Gli effetti devastanti dei flussi detritici nella zona pedemontana abitata e antropizzata sono correlabili con quelli
causati da altri eventi simili. Non si sono verificate distruzioni di edifici perché i flussi detritici che hanno devastato Teglia non erano più canalizzati ma distribuiti sulla superficie del suolo. Le sistemazioni idrauliche eseguite lungo il tratto terminale del Vallone Vadurso hanno evitato una devastante esondazione consentendo lo smaltimento dei detriti fino a valle del tratto regimato.
Cosa fare? E’ noto a tutti che gli investimenti pubblici per la sicurezza ambientale e dei cittadini non hanno mai rappresentato una pressante esigenza per gli amministratori locali e nazionali; nell’attuale periodo sembra molto difficile che si possa avere una inversione di tendenza. Il progetto elaborato nel 2003 contiene le soluzioni per garantire la sicurezza della zona pedemontana: deve solo essere realizzato completamente, con necessarie integrazioni per riparare i guasti causati dall’evento del 7 ottobre 2011.
Come si è visto ancora una volta, i valloni rappresentano le canne di fucile lungo le quali si incanalano i flussi
detritici rapidi. I proiettili vendono inseriti nelle zone montane. Ribadiamo che solo eventi piovosi eccezionali
possono innescare fenomeni simili a quelli del 7 ottobre scorso. Però non è la prima volta che un evento simile
avviene nella zona di Teglia. Si hanno documentazioni di eventi simili all’inizio del 1900 e certamente in epoca
storica dal momento che, nella zona, vari manufatti del periodo romano si trovano sepolti da alcuni metri di
sedimenti. Nella zona montana devono essere consolidati adeguatamente (con interventi ispirati alla ingegneria naturalistica che abbiano una funzione strutturale e di abbellimento delle aree di grande pregio naturalistico ed ambientale circostanti) gli emissari dei pianori per evitare che il deflusso superficiale inneschi una devastante erosione regressiva e la conseguente mobilitazione di ingenti volumi di sedimenti. Le strade distrutte devono essere ricostruite per non danneggiare l’economia connessa alla montagna adottando interventi di raccolta e
incanalamento delle acque di ruscellamento. Anche le nuove strade che hanno innescato consistenti deflussi
superficiali vanno adeguatamente dotate di opere di raccolta e smaltimento oculato delle acque di ruscellamento. La realizzazione di adeguate e sicure strutture di laminazione delle piene in corrispondenza delle zone che determinano ruscellamento superficiale e di robuste ed efficaci strutture atte a trattenere e catturare gli ingenti volumi di detriti calcarei che si possono mobilizzare lungo gli alvei completerebbero la messa in sicurezza dell’area. Un sistema di monitoraggio in tempo reale degli eventi piovosi in quota e dei deflussi negli alvei consentirebbe di percepire l’entità dei prossimi eventi piovosi e di attivare piani di protezione civile adeguatamente e prontamente predisposti e sperimentati con esercitazioni ripetute.
L’area montana devastata dall’evento alluvionale non deve essere abbandonata per evitare un aggravamento dei dissesti e l’incremento dei pericoli della zona abitata e antropizzata a valle.
Naturalmente non è solo quest’area che deve essere messa in sicurezza. Ve ne sono molte altre in Campania.
poche aree abitate prevalentemente devastate dagli eventi franosi rapidi del 1998 e 1999 rimane una chimera.
Abbiamo sempre sostenuto che la messa in sicurezza è molto costosa e conseguentemente non si realizzerà
preventivamente. Un intervento necessario che deve essere reso obbligatorio, pena lo scioglimento delle
amministrazioni, è rappresentato dai piani di protezione civile. La predisposizione di piani di protezione civile, per mettere in salvo i cittadini dagli eventi franosi rapidi, è l’unica azione attuabile con limitata spesa e in temi molto brevi. E’ strano che ancora i “responsabili” non lo abbiano capito: un esempio negativo eclatante è costituito da Atrani che dopo 13 mesi dal disastro del settembre 2010 non è ancora dotato di piano di protezione civile! Nell’area di San Gregorio Magno si deve finalmente verificare una “rivoluzione” positiva: il Dipartimento universitario diretto dallo scrivente è a disposizione per avviare un nuovo corso mettendosi istituzionalmente e gratuitamente a disposizione per collaborare alla progettazione e sperimentazione di attività tese a garantire prima di tutto la sicurezza dei cittadini, la valorizzazione e la sicurezza delle risorse ambientali montane nel rispetto delle eccezionali prerogative ambientali della zona. L’area devastata dall’evento del 7 ottobre scorso deve offrire una concreta e valida occasione per l’attuazione di interventi diversificati e condivisi tesi ad evitare la rapina delle risorse ambientali e la conseguente creazione di ulteriori pericoli. La realizzazione di strade che tagliano i versanti fino alla cresta, senza adeguate, efficaci ed obbligatorie canalette per la raccolta e smaltimento delle acque superficiali rappresentano un attentato alla stabilità geomorfologica della montagna e una attentato alla sicurezza dell’ambiente antropizzato e dei cittadini della sottostante zona pedemontana. Lo scrivente e altri suoi colleghi esperti sono a disposizione, istituzionale e gratuita, delle competenti autorità per l’osservazione, rilevamento e comprensione di quanto accaduto in montagna, lungo gli alvei e nella zona pedemontana al fine di avviare azioni idonee a non sprecare denaro pubblico e a garantire la realizzazione di validi interventi. E’ vero che altre figure professionali stanno intervenendo (afferenti all’Autorità di Bacino, all’Arcadis, Protezione Civile ecc.); non si tratta di proporre dei doppioni ma tutti sono in grado di vedere, non tutti sono in grado di capire correttamente e di proporre rapide ed efficaci azioni tese esclusivamente alla sicurezza ambientale e dei cittadini. Le poche risorse finanziarie pubbliche devono fruttare il massimo di sicurezza. Naturalmente senza alcun riferimento a quanto accaduto nell’area sarnese dove ancora nessun centro abitato oggetto di interventi di così detta “messa in sicurezza”, dopo le disastrose colate rapide di fango del 1998, è stato dichiarato “fuori pericolo”, nonostante le varie centinaia di milioni di euro spesi.
dati e studi Prof. Franco Ortolani
Ordinario di Geologia
Direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio, Università di Napoli Federico II

P.D.R.

CAMPANIA CHIAMA EUROPA: mercoledi presentazione del volume a Napoli

Campania chiama Europa.
La distruzione del paesaggio e il rischio di collasso ecologico”

Mercoledì 12 ottobre 2011 alle ore 17, presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, in via Monte di Dio n. 14 - Napoli, Salvatore Settis, della Scuola Normale Superiore di Pisa, e Franco Ortolani, dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II", presenteranno il volume “Campania chiama Europa. La distruzione del paesaggio e il rischio di collasso ecologico” (La Scuola di Pitagora Editrice, Napoli 2011).
Introduce Nicola Capone, delle Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia.
Modera Manuele Bonaccorsi, giornalista.

Campania chiama Europa è una raccolta di articoli e saggi di vari autori (tra i quali Stefano Rodotà, Paolo Rabitti, Donato Ceglie, Raffaele Raimondi, Benedetto De Vivo, Ernesto Burgio) intervenuti in questi anni
nel dibattito sul disastro ambientale della Campania.
Magistrati, scienziati, giuristi, geologi, agronomi, medici, filosofi, religiosi, attivisti dei comitati cittadini e tanti altri, uniti nello sforzo di descrivere quello che per vastità geografica, intensità e persistenza nel tempo ormai è considerato il più grande disastro ambientale, sanitario e civile della nostra storia, un monito per le altre regioni d’Europa che si stanno lentamente avviando verso la stessa fine. Il libro, organizzato per sezioni geografiche (Dossier Chiaiano, Pianura, Piana del Volturno, Acerra, Salerno, Caserta, Bagnoli, Vesuvio) e tematiche (Primo piano salute, Processo Impregilo, Leggi illegali, Rifiuti e risorse ambientali strategiche, Il ruolo della cave, Proposte, Rassegna stampa, Antologia sul paesaggio e l’uomo), propone una descrizione analitica dei problemi.
Emerge un quadro chiaro e agghiacciante degli effetti di decenni di traffici illegali, nazionali e internazionali di rifiuti tossici verso la Campania e del malcelato progetto di continuare a far “sparire” qualunque scarto urbano e industriale – prima occultati in cave e discariche – con l’ausilio degli inceneritori, indicati dalla scienza più accorta quali costosi e velenosi “acceleratori entropici” che espongono la popolazione ad un alto rischio di “collasso biologico”.
Tutto questo ha generato una profonda corruzione in quella che un tempo era celebrata da tutta Europa come la Campania felix: monumento storico e ambientale unico al mondo.


Pasquale De Renzis

Oggi il mondo s’unisce contro la pena di morte

Oggi il mondo s’unisce contro la pena di morte

domenica 9 ottobre 2011

INCONTRI RAVVICINATI:ospiti d'eccezione al NapoliFilmFestival 2011

Sei stelle del cinema italiano per le serate del NapoliFilmFestival 2011

A Castel Sant’Elmo gli “Incontri ravvicinati” con il pubblico napoletano
Protagonisti Paolo Sorrentino, Filippo Timi, Paolo Virzì,
Lino Banfi, Alessandro Siani e Giorgio Faletti

Sei stelle del grande cinema italiano che si raccontano sul palco. Sono gli Incontri Ravvicinati, la sezione come di consueto più attesa del Napoli Film Festival che, con una formula ormai collaudata ed apprezzata, porta i protagonisti del cinema a tu per tu con il pubblico nell’auditorium di Castel Sant’Elmo. Quest’anno il Napoli Film Festival, che parte il 13 ottobre e si conclude martedì 18,  punta su sei protagonisti del cinema italiano: Lino Banfi, Giorgio Faletti, Alessandro Siani, Paolo Sorrentino, Filippo Timi e Paolo Virzì.
Ad aprire le serate sarà giovedì 13 ottobre Lino Banfi che ripercorrerà la sua carriera, dagli inizi nell’avanspettacolo, al successo della commedia sexy degli anni ’70, fino alla sua carriera televisiva.
A seguire, venerdì 14 ottobre, un altro protagonista della comicità meridionale, stavolta giovanissimo: Alessandro Siani, reduce dal set di Benvenuti al Nord, il sequel del film che lo scorso anno ha sbancato il botteghino.
Da sabato 15 gli incontri proseguiranno con la formula “i film della mia vita”: i protagonisti delle serate discuteranno con il pubblico del proprio cinema ma anche del cinema che hanno amato e che ha influenzato il loro percorso artistico. La conversazione sarà accompagnata dalle clip dei film scelti dagli stessi ospiti per raccontare il loro rapporto con la settima arte.
Ad inaugurare la serie, sabato 15, sarà il regista livornese Paolo Virzì. Domenica 16 tocca invece ad un altro grande regista, Paolo Sorrentino, che dopo il successo di Cannes, è in uscita in questi giorni con This must be the place, il suo primo film realizzato negli Usa. 
A chiudere gli Incontri ravvicinati sarà una serata doppia dedicata, lunedì 17, allo scrittore e attore Giorgio Faletti e a Filippo Timi, uno degli interpreti più intensi della nuova generazione di attori italiani.

Pasquale De Renzis