mercoledì 23 novembre 2011

THIS MUST BE THE PLACE – il cinema fuori dall’ordinario di un inventore d’immagini napoletano


Se bastasse un’immagine iconografica a rappresentare un’opera d’arte This Must Be The Place avrebbe nel volto di Sean Penn, truccato alla stregua di Robert Smith dei Cure per interpretare la rockstar Cheyenne, il suo simbolo perfetto; ma visto che è di Cinema che si parla e che l’opera d’arte in questione è di Paolo Sorrentino sarebbe riduttivo limitarsi a tale rappresentazione. Il personaggio di Cheyenne, la sua storia, sono il mezzo che Sorrentino utilizza per disegnare uno degli affreschi cinematografici più originali e anticonvenzionali degli ultimi anni, anche per merito dell’eccezionale fotografia di Luca Bigazzi. La trama, caratterizzata dal classico sarcasmo sorrentiniano, si divide in due parti legate indissolubilmente dal ritmo flemmatico che il protagonista impone alla narrazione attraverso la fisicità e la parlata: dalla scoperta graduale dell’ex rockstar Cheyenne e del suo modo di vivere a Dublino si vira ad un atipico road movie che accompagna la ricerca di un criminale nazista in giro per l’America. Il sentimento di vendetta che nasce nel protagonista alla morte dell’anziano padre e alla lettura dei diari in cui spiega le umiliazioni subite ad Auschwitz, si manifesta lentamente e inaspettato per la personalità della rockstar che tutto è parso fino a quel momento fuorché un simil angelo vendicatore capace di uccidere qualcuno. E infatti dall’attimo in cui comincia ad investigare per scoprire dove si trova quello che fu il carceriere del padre, Cheyenne non esterna mai emotivamente la sete di vendetta e la sua indolenza lo abbandona solo quando al cospetto dell’amico cantante David Byrne (interpretato da sé stesso) si sfoga confessando ciò che pensa sia stata la propria vita fino ad allora. La magnificenza di This Must Be The Place è nella capacità evocativa delle immagini che ogni singola scena regala allo spettatore; la sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista con Umberto Contarello diviene un filtro utile a portare determinate situazioni ad essere rappresentate non tanto con un dialogo quanto con un particolare di ripresa o con un campo lungo piuttosto che con dei movimenti funzionali all’azione dei personaggi tutti degni di primo piano a sottolineare anche solo l’intenzione di approfondire attraverso uno sguardo gli sviluppi interiori di ognuno di loro. Sarebbe stato però solo un perfetto esercizio stilistico questo film se non ci fosse stato ad interpretarlo da protagonista l’attore più sorprendente degli ultimi vent’anni: Sean Penn si è inventato un personaggio magneticamente apatico partendo dalle sembianze del cantante dei Cure per timbrare un’idea di quella tipologia di rockstar studiata con Sorrentino, ma a parte tale spunto reale ha scoperto il suo Cheyenne immaginandosi una camminata dinoccolata, una parlantina incerta e sussurrata, una risata appena accennata che rimarrà nella storia del Cinema, uno sguardo distaccato e assente, e una ballata memorabile sulle note di The Passenger di Iggy Pop cosa che più di ogni altra temeva alla lettura della sceneggiatura. Il racconto non può prescindere dal modus interpretativo deciso da Sean Penn e ogni singola scena è condizionata dalla lentezza di base che caratterizza il suo personaggio, tanto che tutti gli altri interpreti si mettono al servizio di tale anomala condizione narrativa facendo da contraltare in tutti i sensi a Cheyenne, a cominciare dalla bravissima Frances McDormand nei panni della moglie- pompiere che cerca col suo approccio rassicurante di tranquillizzare il coniuge senza scuoterlo più di tanto dallo stato in cui si trova ma stando al suo gioco così da far divenire emblematici tutti i dialoghi che li vedono protagonisti. Elemento fondamentale per questa pellicola è la musica scritta da David Byrne che recita anche in una breve scena oltre a regalare una splendida performance dal vivo della canzone (scritta ai tempi dei Talking Heads) che dà il titolo al film e che fa da tappeto sonoro per tutta la durata della storia: proprio il frammento del concerto di Byrne che canta This Must Be The Place è significativo dell’essenza del lavoro di Paolo Sorrentino, perché l’interpretazione viene mostrata e fatta ascoltare totalmente a differenza della maggior parte delle opere cinematografiche che di tali situazioni ne riportano solo pochi attimi; invece l’importanza sonora, visiva ed evocativa di questa scena sottolineano l’assoluta necessità del regista napoletano di personalizzare il suo Cinema fregandosene di quelle regole narrative e ritmiche alla base dell’omologazione cerebrale di cui è vittima lo spettatore medio contemporaneo. Paolo Sorrentino è un geniale creatore d’immagini e con la sua prima opera lontano dall’Italia ha dimostrato di essere all’altezza di imporre il proprio stile qualitativamente e tecnicamente senza scendere a compromessi con la volontà commerciale dell’industria cinematografica ma servendosene per fare esattamente il film che aveva in mente, grazie soprattutto ad uno straordinario Sean Penn; This Must Be The Place è un’intensa esperienza visiva molto poco convenzionale, che difficilmente incontrerà il piacere unanime del pubblico…ma questo è il prezzo a cui vanno incontro le migliori opere d’arte.



Paco De Renzis 
(articolo pubblicato su l'INDIEPENDENTE WEBZINE)    

MELANCHOLIA – che delusione Von Trier senza “Dogma”


Un atroce dubbio alimenta un’angoscia costante durante i 130 minuti di visione di Melancholia: avrà mai fine questo film? La prima parte dell’opera di Von Trier sembra strizzare l’occhio in maniera poco elegante allo straordinario Festen di Thomas Vinterberg, con un ritratto di famiglia impietoso in questo caso racchiuso in una festa di matrimonio che mano mano scopre i contorni della devastazione mentale della sposa. Eppure la brutta copia di quello che era stato il film capostipite del manifesto Dogma ’95 creato da Von Trier con altri registi danesi non è il peggio che possa assicurare la pellicola, perché le pieghe depressivo-apocalittiche che prende la storia affondano totalmente l’attenzione dello spettatore a cui quasi non interessa più dove vogliano andare a parare i protagonisti spauriti: che siano le due sorelle, tra cui c’è la sposa che non voleva sposarsi e infatti è riuscita a farsi mollare dal marito in tempo per non consumare sfogandosi sul prato con un giovane pseudo-collega di lavoro conosciuto alla festa di nozze, oppure che sia il padrone di casa stramiliardario e razionale all’inverosimile con il figlioletto che ad ogni risveglio avverte che la propria famiglia si sta disgregando in attesa del fantomatico big bang. Dopotutto gli attori non hanno colpa dell’inconcludenza di questa insopportabile storia, anzi sono bravi nel loro ruolo di vittime sacrificali dell’instabilità cinematografica del Von Trier post-dogmatico. Lo scricchiolio avuto con Antichrist ha portato ad una fantomatica lesione autoreferenziale il regista danese a cui si devono alcuni dei film più originali e importanti degli ultimi vent’anni (Dogville – Dancer in the dark – Le onde del destino – Idioti): l’intenzione che aveva nel girare Melancholia era addirittura di allontanarsi il più possibile da una trama liberando l’occhio visionario e invece si è ritrovato ingabbiato in una storia che oltre a evitargli qualsiasi possibilità di sperimentazione visiva (eccetto il breve fascino del prologo) ha reso il film un’ingombrante e noiosa parabola che rimpalla in maniera per nulla lineare tra psicologia e astrofisica, finendo nel clamoroso paradosso di una storia dal sapore decisamente inconcludente nonostante si concluda con la fine di tutto per antonomasia, l’esplosione della Terra.
Lars Von Trier resta uno dei registi più innovativi del Cinema moderno, ma Melancholia è a mio parere un film molto deludente.   

(articolo pubblicato su il mediterraneo ; NAPOLI.COM ; l'INDIEPENDENTE WEBZINE)
Paco De Renzis


martedì 22 novembre 2011

L’IDEA DI CINEMA DI SORRENTINO…PARLANDO DEL SUO FILM “AMERICANO”

Incontro con il regista napoletano per l’uscita di This must be the place con Sean Penn


Nel 2008 la giuria del Festival di Cannes decretò il successo internazionale di un regista italiano che in patria era già da qualche anno alla ribalta per film originali e spiazzanti come L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore, L’amico di famiglia: il Premio della Giuria fu consegnato a Paolo Sorrentino dalle mani del Presidente della “commissione” Sean Penn che era rimasto talmente folgorato da Il Divo da esprimere la sera della premiazione il desiderio di lavorare un giorno in una pellicola del regista italiano. A Sorrentino pareva un sogno, a parte il premio, sentire quelle parole da uno dei migliori attori in circolazione; e caparbiamente si è messo d’impegno affinché quel sogno si realizzasse. Nel 2011 in sala è arrivato il risultato dei desideri incrociati del regista e dell’attore: This must be the place diretto da Sorrentino e interpretato da Sean Penn è stato presentato al Festival di Cannes e per l’uscita nei cinema italiani il regista si è concesso a pubblico e giornalisti nonostante non ami per nulla i giri promozionali. Nella sua città natale, Napoli, ha deciso però di triplicare la presentazione del film in un tour de force, più che fisico, emozionale passando dal Cinema Filangieri all’America Hall per terminare con una serata che a Castel Sant’Elmo il NapoliFilmFestival 2011 ha dedicato a lui e al produttore/presidente Aurelio De Laurentiis (“e se in futuro lavorassimo insieme?” si sono detti i due). Come sempre Paolo Sorrentino ha reso ognuno degli incontri interessante spaziando dalla sua idea di Cinema alla realizzazione del film “americano” approfittando anche per esprimere un’opinione sul momento attraversato dalla città in cui è nato e cresciuto.

Qual è stato lo spunto per giungere ai temi principali di This must be the place, il ritratto di una rockstar depressa e la caccia a un criminale nazista?
Per quanto mi riguarda, ogni film deve essere una caccia smodata all’ignoto e al mistero. Non tanto per trovare una risposta, quanto per continuare a tenere viva la domanda. Durante la genesi di questo film, una delle tante domande che non mi abbandonavano mai riguardava la vita segreta, misteriosa che, da qualche parte nel mondo, gli ex criminali nazisti sono costretti a condurre. Uomini, ormai, con le armoniose fattezze di anziani innocui e bonari, in realtà preceduti dall’innominabile crimine per eccellenza: lo sterminio di un popolo. Dunque, un rovesciamento dell’immaginario. Per scovare uno di questi uomini ci voleva una caccia e per avere una caccia ci voleva un cacciatore.
Ma come è venuto in mente di scegliere come cacciatore un personaggio così strano come la rockstar Cheyenne?
Qui entra in gioco un elemento ulteriore del film: una mia necessità istintiva di innescare nel dramma una componente ironica. Allora, per raggiungere questo obiettivo, insieme allo sceneggiatore Umberto Contarello, abbiamo cominciato a scartare le ipotesi del cacciatore “istituzionale” di nazisti e pian piano siamo approdati ad un opposto assoluto del detective: una ex rockstar lenta e pigra, sufficientemente annoiata e chiusa in un proprio mondo autoreferenziale da essere così, apparentemente, la figura più lontana dalla ricerca insensata, in giro per gli Stati Uniti, di un criminale nazista, ormai probabilmente morto. Lo sfondo del dramma dei drammi: l’olocausto, e il suo avvicinamento a un mondo opposto, fatuo e mondano per definizione, quale quello della musica pop e di un suo rappresentante, mi è sembrata una combinazione sufficientemente “pericolosa”, da poter dare vita ad una storia interessante.
Una storia interessante ma decisamente rischiosa sia per il tema della Shoa sia per il modo in cui ha deciso di raccontarla.
Amo fare film che mi espongono al pericolo, perché solo dentro il pericolo del fallimento credo che il racconto possa autenticamente vibrare. Spero di aver scansato il fallimento in questo caso.
Quindi è dovuta a questo la sua intolleranza nei riguardi della trama in un film?
Più che non tollerarla credo che la trama non sia l’aspetto principale, almeno dei miei film; ed è un pensiero che ha a che fare con il mio gusto da spettatore. Amo giocare di più con gli sviluppi interiori dei personaggi.
Qual è stato l’apporto di Sean Penn alla pellicola?
Sean Penn è l’attore ideale per un regista. Perché è estremamente rispettoso delle idee del regista e non solo ha il dono di migliorarle, ma possiede anche il talento sconfinato che gli permette di raggiungere un’autenticità e una profondità sul personaggio che francamente a me sarebbero state sconosciute anche se ci avessi riflettuto una vita intera. In una caldissima giornata di luglio, a New York, abbiamo fatto la prima prova di trucco e costumi con lui: è stato un piccolo miracolo che accadeva sotto i miei occhi, assistere in silenzio alla progressione inesorabile dell’attore Sean Penn, che un passo alla volta, attraverso il rossetto, il rimmel sugli occhi e poi indossando i costumi e infine muovendosi, in un modo naturale e allo stesso tempo diverso da come si muove lui, si trasfigurava in un’altra cosa, diametralmente opposta, che era il personaggio di Cheyenne.
In questo film la musica gioca un ruolo molto importante sia in senso iconografico riguardo alle sembianze del personaggio della rockstar, sia in senso strettamente sonoro riguardo all’accompagnamento e alle canzoni che caratterizzano l’opera: in base a cosa ha fatto determinate scelte?  
Il look di Cheyenne è ispirato a quello di Robert Smith, il leader dei Cure. Da ragazzo avevo visto i Cure in concerto diverse volte. Poi, tre anni fa, ci sono tornato e ho visto Robert Smith, ormai cinquantenne, con lo stesso, immutabile look di quando aveva vent’anni. E’ stato impressionante nel senso positivo della parola. Vedendolo da vicino, mentre attraversava il backstage, ho compreso quanto può essere bella e commovente la contraddizione nell’essere umano. Un cinquantenne immerso in un look che si addice per definizione ad un adolescente. E non c’era niente di patetico. C’era solo una cosa che al cinema come nella vita può assumere i contorni estatici della meraviglia: l’eccezionale, inteso come eccezione unica e inebriante, e in parte questo ha influito anche sulla sceneggiatura. Mentre le musiche, come direbbero certe scrittrici di romanzi rosa, le ho scelte col cuore. Al di là della battuta, è proprio così. Non sentivo la necessità, come ho fatto in passato, di “ragionare” sulla musica. Volevo invece rivivere quelle vertigini di passione ed emozione che provavo da ragazzo quando mio fratello, di nove anni più grande, m’introduceva alla bellezza del rock. Ho trascorso quel periodo della mia vita a vivisezionare fino alla patologia soprattutto i Talking Heads e il suo genio, David Byrne. E allora un po’ temerariamente ho chiesto a David Byrne tre cose: di usare “This must be the place” come titolo e canzone portante del film, di comporre la colonna sonora e di interpretare se stesso in un cameo. E, clamorosamente, David ha accettato tutte e tre le cose.
Già da qualche anno non abita più a Napoli: come giudica la condizione della sua città ora che non ci vive più?
L’elezione a sindaco di De Magistris ha portato un’onda di entusiasmo che ha coinvolto tutti, me compreso; ora le aspettative sono alte così come il bisogno di risposte concrete, e questo riguarda anche me che non vivo più a Napoli ma resto napoletano e ci torno volentieri spesso. Non nascondo che conto di tornare a girare quanto prima in città anche perché avendoci vissuto 37 anni la conosco abbastanza e voglio bene a Napoli. Nessun altra città è pari in quanto a creatività e personalità e Napoli è da sempre uno dei più importanti centri culturali del mondo e uno degli obiettivi primari che devono porsi le istituzioni è di favorire le condizioni che riportino la città a primeggiare nella cultura.

 (versione integrale dell'articolo pubblicato nel numero di novembre del periodico il mediterraneo)
Paco De Renzis



giovedì 10 novembre 2011

PASTA NERA – l’Italia unita dalla solidarietà nel dopoguerra

(articolo pubblicato nel numero di ottobre del periodico il mediterraneo)

La Pasta nera era fatta con quei pochissimi chicchi di grano arso che rimanevano a terra dopo la trebbiatura, i poveri se li contendevano con gli animali, dai nullatenenti era considerata l’ultima risorsa per nutrirsi. Il contrasto tra questo alimento di fortuna, arrangiato, e l’impasto profumato e scintillante delle tagliatelle emiliane è il simbolo del documentario intitolato proprio per questo “Pasta Nera”. Il regista Alessandro Piva, attraverso una scrupolosa ricerca storica, riporta alla memoria uno degli eventi più solidali da quando esiste l’Italia unita: tra il 1946 e il 1952 più di 70.000 bambini del Sud più svantaggiato furono ospitati temporaneamente da famiglie del Centro-Nord; quei bambini presero in quegli anni il primo treno della loro vita, per lasciarsi alle spalle la povertà e le macerie del dopoguerra e vivere un’esperienza che non avrebbero mai più dimenticato. I ricordi dei bambini protagonisti di questa storia, ormai diventati nonni, creano una catena emozionale tra il passato e il presente riportando con i loro racconti, i rari documenti filmati dell’archivio Luce e gli archivi fotografici privati, quelle vicende vissute per merito di un vero e proprio movimento nazionale che in un clima di dolore ma anche di speranza nella ricostruzione del paese si impegnò ad aiutare quella parte del Paese, il Mezzogiorno, che si trovava nelle condizioni peggiori alla fine del conflitto. In un periodo storico in cui, tra estremismi separatisti di forze politiche inspiegabilmente al governo della Repubblica e revisionismi dei nostalgici delle dominazioni straniere, l’Italia viene infangata un giorno si e l’altro pure, un’opera come “Pasta Nera” diviene importantissima per riportare alla memoria collettiva uno dei migliori esempi di solidarietà e slancio unitario nella storia del nostro Paese.


Paco De Renzis

TOTORE – il cortometraggio “politico” di Stefano Russo



Esiste a Napoli una realtà cinematografica fatta di autori indipendenti che operano grazie ad una ottima manovalanza fatta da giovani artigiani e appassionati della Settima Arte. C’è un regista napoletano che ha mosso i primi passi negli anni ’90 con Paolo Sorrentino affidandogli la fotografia di una sua opera, “Sventramento”, e co-dirigendo con lui un cortometraggio, “Un Paradiso”: Stefano Russo è uno degli “occhi” cinematografici più interessanti del panorama partenopeo e la capacità tecnica unita ad una scrittura intelligente e socialmente creativa rende i suoi lavori originali e mai banali. Chi ha avuto la fortuna di vedere “Sei quello che mangi” e soprattutto il toccante “Il soffio della terra” si è reso conto della scrupolosità stilistica e narrativa di Stefano Russo che anche in un documentario come “Il millimetro nel cervello” è riuscito a stupire e affascinare raccontando la storia di un orologiaio. Il suo ultimo cortometraggio è “Totore”, scritto con Antonio Moreno e presentato in anteprima nella cornice del Teatro Posillipo: un film politico che parte dalla storia di due fratelli, il campione di pesca sportiva Gaetano e il ragazzone ritardato Totore, per affrontare le problematiche di una comunità di pescatori che, alle prese con una crisi quasi irreversibile, non trova nelle amministrazioni locali un supporto utile a proporre soluzioni ma solo autorevoli burattinai da cui farsi sfruttare per promuovere l’immagine del politico di turno a livello mediatico. L’opera è un atto d’accusa, una fotografia amara di “vite sacrificate ai bisogni di una classe politica sempre più autoreferenziale e incapace di confrontarsi con i problemi reali della gente”: nell’affascinante scenario flegreo della zona di Pozzuoli le intense interpretazioni di Fabio De Caro, Pio Stellaccio, Vincenzo Merolla e Gianni Parisi completano significativamente il buon lavoro di Stefano Russo fatto di scene simboliche e immagini oniriche.


Paco De Renzis

CARNAGE un impietoso affresco della natura umana



Pensate a quattro persone chiuse in una stanza; a 80 minuti di film con solo questi elementi scenici a disposizione: stento a credere che qualcuno verrà attirato in sala da tali e semplici banali dettagli più consoni ad una rappresentazione teatrale. Seppure “Carnage” sia realmente tratto dalla piece “Il Dio del massacro” di Yasmine Reza, ci troviamo al cospetto di una delle opere cinematografiche meglio riuscite degli ultimi anni: una commedia tragica psicologicamente, dark, stracolma di ironia cattiva, cattivissima, una storia a tensione crescente che però non ha nulla a che fare con un thriller eppure ne assume i contorni della narrazione. 
Si parte piano e fin troppo tranquillamente dopo aver assistito da lontano, quasi come fossero immagini di un videoamatore, all’evento da cui scaturisce la “carneficina” che si svolgerà tra quattro mura; Hitchcock chiamava “McAfee” quel particolare di una storia che gli consentiva in un film di raccontare tutt’altro, lo spunto per arrivare a trattare argomenti che altrimenti avrebbe avuto difficoltà ad infilare in una sceneggiatura, e la rissa tra due ragazzini, o meglio le botte subite da uno dei due con conseguenti danni fisici, serve a Roman Polanski per addentrarsi come un sociologo nella mentalità dell’uomo contemporaneo. I genitori dei ragazzini si incontrano a casa di quello che è stato malmenato e l’intenzione è di chiarire e magari pianificare una riappacificazione tra i loro figli: ma basta una parola non condivisa nel riportare l’evento per scuotere la situazione, basta un’opinione differente su un comportamento, un cellulare che squilla in continuazione con conversazioni squallide di lavoro avvocatesco imposte all’attenzione di ascoltatori impotenti, un sorrisino o una parolina di troppo su interessi o impiego altrui…la situazione degenera esplodendo in un “massacro” morale di insulti inizialmente velati poi espliciti e taglienti. Scene simboliche come il vomito sui libri d’arte, le riprese che dallo specchio mostrano di spalle chi sta subendo la conversazione con gli pseudo – carnefici a scandire i tempi, i personaggi seduti dapprima di fronte a due a due poi perpendicolarmente senza guardarsi per cercare di scacciare i pensieri e le parole frutto della “carneficina” mentale che stanno vivendo.
La bellezza di questa pellicola sta nell’esporre, nello sbattere in faccia allo spettatore il peggio dell’animo umano che inevitabilmente può venir fuori in condizioni di “cattività” fisica e di labilità psichica in alcuni casi dovuta a personalità fragili o fin troppo accondiscendenti o a eccessiva superbia e arroganza dovuta alla convinzione che ciò che conta della vita finisca con la propria persona e con quello che si fa e si pensa, a prescindere dagli altri.
Quattro interpretazioni eccellenti, stili recitativi agli antipodi e forse per questo complementari per una storia del genere: il “bastardo senza gloria” Christoph Waltz è sontuoso per quanto è divertente ed odioso nel ruolo dell’avvocato in carriera che chiama il figlio undicenne “pazzoide”, e la moglie è interpretata da una bravissima Kate Winslet che per fortuna non ha più nulla a che fare con quella del “Titanic” e raggiunge vette inimmaginabili allora passando in pochi minuti dalla donnina alto- borghese con la puzza sotto il naso ma afflitta e scontenta del matrimonio e della propria vita a un’ubriacona che dopo aver vomitato materialmente sulle rarissime guide di mostre di pittori vomita metaforicamente fuori tutto ciò che in realtà pensa dei padroni di casa, del marito e della propria esistenza; fanno quasi da contraltare ma in modo esemplare gli altri due interpreti, Jodie Foster e John Reilly, che partono come figure idilliache e alla mano per diventare personaggi al limite dell’isteria che si sputano addosso le insoddisfazioni coniugali e l’opinione effettiva che ognuno ha dell’altro. 
Se il meccanismo di “Carnage” funziona alla meraviglia è merito senz’altro degli attori che tengono la scena per 80 minuti senza sbavature, ma la direzione magistrale di Roman Polanski che incornicia una sceneggiatura di impressionante efficacia, grazie all’adattamento del regista ma soprattutto alla commedia originaria di Yasmine Reza, eleva la messinscena mostrando attraverso riprese emblematiche l’evolversi della “carneficina” fino alla magnifica scena finale che esemplifica la morale della storia mostrando di nuovo i ragazzini della rissa e come all’inizio, a differenza di tutto il film, senza nessuno che parli.


Paco De Renzis

BLOOD STORY Dimenticate Twilight, i vampiri tornano horror



Capita non di rado che un remake permetta di far riscoprire un film che avendo avuto scarsa distribuzione e facendo parte di cinematografie di paesi poco “commerciabili” era passato inosservato all’uscita in sala; capita invece piuttosto raramente che originale e remake siano entrambi interessanti e di buona fattura. Nel caso di “Blood Story” ci si trova al cospetto di una pellicola che ha fatto riscoprire il film svedese “Lasciami entrare” di Alfredson, stranamente senza farlo rimpiangere ma permettendo di gustare due ottime opere solo in alcuni tratti identiche. Il recente remake americano prova ad esser più fedele al romanzo di Lindqvist da cui la storia è tratta, non rinnegando molte delle caratteristiche delineate in ambito narrativo dalla precedente opera svedese; come solitamente accade nei film americani si è preferito aggiungere più che togliere nel remake, e quindi si trovano personaggi che prima non c’erano come il detective. Ad ogni modo la storia è cupa e tenera, si parla di vampiri e di uccisioni truculente ma anche di un’amicizia, di un amore che nasce tra il piccolo Owen, solitario dodicenne figlio di genitori divorziati vittima del bullismo dei compagni di scuola, e la misteriosa Abby trasferitasi con quello che dovrebbe essere suo padre nell’appartamento attiguo a quello in cui vive il bambino con la madre. I due sono personalità che si attraggono per il loro essere diversi, emarginati forzati per motivi differenti dalla vita sociale dei loro coetanei: se l’approccio è diffidente paradossalmente il consolidamento di un affetto che diventerà protettivo oltre che romantico avverrà quando Owen scoprirà il segreto di Abby. È vero, la storia del vampiro che si affeziona, si innamora di una persona normale non è originale, ma di certo non c’è possibilità di confondere “Blood Story” con “Twilight”; in questo caso i vampiri tornano a fare paura, a far scorrere il sangue, nonostante si parli di bambini protagonisti della storia; non ci sono bellocci pseudo fotomodelli e né addominali scolpiti o scene da videogioco, e soprattutto la sceneggiatura ha ben poco di fantasy, si sfiora il realismo più crudo con il valore aggiunto del personaggio irreale malvagio suo malgrado. Il regista Matt Reeves aveva già sorpreso col finto-documentario “Cloverfield”, ma senz’altro ha fatto un passo avanti con “Blood Story” che non è necessariamente consigliato solo agli appassionati dell’horror perché seppure il sangue sgorghi in scene piuttosto forti non diventa il protagonista assoluto a dispetto del titolo quanto mai inopportuno scelto dai distributori italiani.

Paco De Renzis