venerdì 25 novembre 2011

CONFESSO CHE MI SONO DIVERTITO (documentario su Maurizio Valenzi)

 


Confesso che mi sono divertito – 100 anni di una vita straordinaria”: questo è il titolo del documentario, nato dalla collaborazione tra la Provincia di Napoli e la Fondazione Valenzi e dedicato a Maurizio Valenzi, l’ex parlamentare italiano ed europeo, sindaco a Napoli dal 1975 al 1983.
Il tributo, curato dalla redazione di Metronapoli Web Tv, intende ricordare la figura di Maurizio Valenzi come uomo, politico e artista ma anche ripercorrere, senza settarismi di parte, una lungo periodo di storia e di politica italiana e internazionale.
Nel documentario oltre al ricordo del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano compaiono le interviste esclusive ai figli Lucia e Marco Valenzi, all’ex deputato e presidente della Fondazione Mezzogiorno Europa Andrea Geremicca, all’ex sindaco socialista Pietro Lezzi ed al regista Maurizio Scaparro. 
A fare da narratore alle tante immagini inedite reperite attraverso le Teche Rai e l’Emeroteca Tucci è la voce dell’attore Mariano Rigillo mentre la produzione è stata coordinata dal Capo Ufficio Stampa del Consiglio provinciale di Napoli  Domenico Pennone. La regia è stata curata da Roberto Maiorca con la consulenza storica di Federica Quatraro.


Paco De Renzis



La Fondazione Valenzi
Costituita nel maggio 2009 dai figli di Valenzi Lucia e Marco che ne sono anche rispettivamente il Presidente e Vicepresidente, la Fondazione nasce con l’obiettivo di tutelare e consolidare il patrimonio culturale e politico di Maurizio Valenzi e di creare a Napoli un’istituzione internazionale, non schierata politicamente, attiva nella cultura e nel sociale. Segretario generale della Fondazione è Roberto Race.
Sono coinvolte negli organi della Fondazione personalità italiane e straniere della politica, della cultura e dell’imprenditoria, attraverso il Comitato d’Onore, il Comitato di Indirizzo ed i Comitati Scientifici.

QUESTION - LIBERA LA CULTURA 15 dicembre 2011


15 dicembre 2011 – ore 10:00/20:30
Ex Asilo Filangieri – vico Maffei, 4 NAPOLI CENTRO STORICO
Alla CITTADINANZA TUTTA porgiamo il nostro invito





Il Pubblico In_Contro_Scenalibera giornata di studi teatrali pratico \ teorici
INGRESSO LIBERO \ LABORATORI GRATUITI
su prenotazione, fino a esaurimento posti

L’iniziativa è promossa da Maniphesta Teatro 

e Teatro dei Sensi Rosa Pristina 

Con il patrocinio di Comune di Napoli 

e del Forum Universale delle Culture, Napoli 2013 


ideazione e organizzazione TeatrInGestAzione
INFO + prenotazione LAB \ 

Performance
 

In questo momento il nostro paese vive un caso unico di schizofrenia culturale: da un lato si cerca di cancellare un’intera categoria di lavoratori con i tagli ai fondi per la cultura, con l’eliminazione del sussidio di disoccupazione, con una vertiginosa caduta verso naftaliniche proposte culturali; dall’altro, forse per reazione, ritroviamo un rigoglioso giardino di nuove proposte culturali, autonome, indipendenti, la cui opera di resistenza sta riaprendo il morto dialogo tra pubblico e scena. Queste nuove realtà culturali chiedono al pubblico di prendere una posizione, di esigere il proprio diritto alla qualità, di assumersi il compito di indicare la via giusta per essere riconquistato al valore assoluto di un territorio che produce cultura, che si fa sostenitore di nuovi spazi di autonomia creativa. Alle porte del Forum Universale delle Culture del 2013, vediamo la nostra città farsi promotrice di una possibile rinascita, e crediamo che la forza propulsiva possa essere la DOMANDA, libera e consapevole, e non già un’OFFERTA che distrae, perché lontana da quelli che sono ormai gli interessi di un nuovo pubblico che si va formando sempre più lontano dagli spazi culturali di vecchia frequentazione. Questa nostra giornata di studi vuole essere un invito a porci serie DOMANDE, insieme ai cittadini di Napoli, da considerarsi un campione nazionale, sulla necessità di un’azione di risanamento culturale locale e nazionale, sul valore della partecipazione di tutti, sulle richieste da avanzare all’offerta culturale di questa nostra città, che vive ora una speranza di cambiamento, accompagnata in egual misura alla paura dell’illusione.
I collettivi creativi TeatrInGestAzione, Maniphesta Teatro con Antonella Cilento, Teatro dei Sensi Rosa Pristina, gruppi guidati da metodologie e poetiche differenti tra loro, con Marco Luciano e Salvatore Mattiello rappresentanti di due presidi culturali indipendenti, rispettivamente Studio Teatro (centro storico) e Sala Ichòs (periferia), aprono al pubblico una libera giornata di studi, con laboratori gratuiti, con brevi presentazioni sui processi teatrali creativi, metodologici, produttivi e organizzativi, con un incontro finale in cui vi chiederemo di lasciarci la vostra domanda\quest¿on; cercando di porre le basi per rimettere lo spettatore al centro del discorso culturale locale e nazionale. Le DOMANDE saranno anonime e raccolte su appositi foglietti, distribuiti tra i partecipanti alle attività della giornata, e tra il pubblico presente al dibattito; lette in sede di dibattito, esse costituiranno la base dell’incontro cui vi invitiamo a partecipare.

L’iniziativa è autofinanziata.
Si ringrazia il Forum Universale delle Culture, Napoli 2013
per la concessione degli spazi


PROGRAMMA
ingresso libero

LABORATORI GRATUITI
prenotazione obbligatoria, fino a esaurimento posti

10:00/11:30 ‐ cappella il dialogo tra il drammaturgo e il regista laboratorio teatrale Maniphesta Teatro
a cura di Giorgia Palombi e Antonella Cilento
per un massimo di 25 partecipanti
Facebook Maniphesta Teatro www.lalineascritta.it

12:00/14:00 ‐ refettorio Meccanica Emozionale laboratorio creazione collettiva
a cura di TeatrInGestAzione
per un massimo di 9 partecipanti
sono ammessi uditori in numero massimo di 20
a seguire
14:00/14:30 – refettorio
Meccanica Emozionale
dimostrazione metodologica
a cura di TeatrInGestAzione
www.teatringestazione.com
Facebook teatringestazione

15:00/16:30 ‐ refettorio Laboratorio di teatro sensoriale a cura di Teatro dei Sensi Rosa Pristina
per un massimo di 20 partecipanti
Facebook teatro dei sensi Rosa Pristina www.rosapristinateatro.it

17:00/18:00 ‐ refettorio A passeggio nel buio a cura di Teatro dei Sensi Rosa Pristina
performance esperienziale

per uno spettatore singolo fino ad un massimo di 12
prenotazione obbligatoria

18:00/18:30 ‐ cappella L’Angelo della casa performance di avvicinamento alla poetessa Emily Dickinson
a cura di Maniphesta Teatro

18:30/20:30 ‐ cappella DOMANDA \ DIBATTITOintervengono i direttori artistici
di Studio Teatro e di Sala Ichòs
modera Fabio Rocco Oliva, critico teatrale Arteatro

CONSIGLI TEATRALI

da giovedì 24 a domenica 27 novembre al Sancarluccio Teatro
ARETE' ENSEMBLE presentano MEDEA una messa in scena umana.
Presentandovi al botteghino a nome di TeatrInGestAzione
potrete ottenere un RIDOTTO (8 euro)

CAVALLI – crescita e formazione nella natura selvaggia


L’esordio alla regia di Michele Rho non poteva essere più insolito per la moderna cinematografia italiana: la storia è ambientata alla fine dell’800 in un paesino degli Appennini, con ambientazione un casolare desolato in una prateria, per nulla vicino al centro abitato. In questo casolare abitano Alessandro e Pietro, due fratelli di undici e tredici anni diversi come la notte e il giorno ma legati da un affetto indissolubile e da una voglia di vivere come animali selvaggi nella natura in cui stanno crescendo, spensierati e liberi di godersi ogni momento tra tuffi nel fiume, corse con i carretti e scorribande varie. L’evento che interromperà di colpo la loro adolescenza spensierata è la morte della giovane madre e da questa tragedia prende spunto il loro padre burbero e severo per provare a farli crescere rendendoli responsabili: così vende gli ultimi averi della famiglia per comprare due puledri non ancora domati e li regala ai figli dicendogli che da quel momento il loro compito sarà accudire, allevare e ammaestrare quei cavalli “selvaggi” oltre che imparare a galopparli. Con l’aiuto di uno stalliere della zona i due fratelli cominciano il loro percorso di crescita e di scoperta della natura dei cavalli non tanto diversa dalla propria: con la maggiore età Alessandro si sentirà come un animale in gabbia voglioso di oltrepassare quegli insormontabili Appennini per vivere altrove la propria vita, mentre Pietro innamoratosi della figlia del farmacista, Veronica, non vede l’ora di sposarla e di fare l’allevatore nella prateria che lo ha visto crescere. Seppure le enormi differenze tra i due portano i desideri e le aspirazioni a dividere le loro strade, gli affetti familiari e il sentimento profondo che li lega li unirà nelle prove più difficili da affrontare per tenere in piedi i loro sogni.
La neonata casa di produzione Settembrini Film ha azzardato non poco decidendo di cominciare l’avventura cinematografica producendo un’opera come Cavalli (tratta dall’omonimo racconto di Pietro Grossi), ma è stata ripagata dalla buona accoglienza ricevuta alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2011; del resto il lavoro di Michele Rho è ben fatto, e l’intenzione di veleggiare tra l’ambientazione da western bucolico a quella del melodramma di formazione rende la rappresentazione originale anche perché alcuni momenti vengono esaltati da bellissime immagini simboliche del confronto tra uomini e animali nella natura selvaggia. Un plauso a Vinicio Marchione (il Freddo del Romanzo Criminale televisivo ma soprattutto il bravissimo interprete di 20 Sigarette) e Michele Alhaique, i due protagonisti della pellicola che anche se alla lontana ricorda un film del ’92 di Robert Redford, In Mezzo Scorre Il Fiume.


Pasquale De Renzis

LA-BAS La tragica realtà degli immigrati di Castelvolturno


L’opera prima del regista Guido Lombardi prende il titolo dal termine francese con cui gli immigrati africani chiamano l’Europa, definendolo “l’altrove”. “La-bas” ha come sottotitolo “Educazione criminale” e racconta in maniera cruda l’emigrazione e il degrado della zona di Castelvolturno, dove da decenni esiste una comunità fantasma che conta fino a 20mila immigrati clandestini dimenticati da tutto e da tutti e che vengono alla ribalta mediatica solo per fatti di cronaca nera. Purtroppo non è così rara la cronaca nera a Castelvolturno e se esiste parte di quella comunità coinvolta nei traffici illeciti e nella criminalità quotidiana, c’è la maggior parte di loro che prova a vivere in una parvenza di normalità anche se non di legalità, visto che per lo Stato italiano restano clandestini da rimpatriare, lavorando dignitosamente, in troppi casi vittima di vero e proprio sfruttamento al limite dello schiavismo, e provando a diventare parte integrante del paese che la ospita sognando di raggiungere un giorno lo status di immigrato regolare. Il 18 settembre 2008 un gruppo di killer del clan camorristico dei Casalesi, con a capo Giuseppe Setola, uccise a sangue freddo sei immigrati che si trovavano in una sartoria/lavanderia di Castelvolturno, sei vittime innocenti sacrificate dalla brutalità della malavita organizzata che più volte ha minacciato la comunità africana intimando di abbandonare quelle terre perché buona parte di essa si è sempre rifiutata di sottostare alla legge criminale e di diventare manodopera per il lavoro sporco della camorra. Il film di Lombardi, prodotto dalla Figli del bronx di Gaetano Di Vaio, si è appoggiato alla cronaca ispirandosi alla strage del 2008 e racconta la storia di un giovane africano che sbarca in Italia sognando l’arte e ritrova suo zio, da anni a Castelvolturno, che non ha esitato quando ha dovuto scegliere tra lo sfruttamento del lavoro nei campi per la raccolta dei pomodori e l’affiliazione alla malavita, diventando trafficante di droga. La guerra di bande, africani e camorristi, narrata in “La-bas” è fotografia di un’amara e tragica realtà ma anche una precisa intenzione di evidenziare la possibilità di una scelta di campo che non sempre è facilitata dalla società circostante. Bravissimi tutti gli interpreti non professionisti accompagnati dagli attori Salvatore Ruocco e Esther Elisha.     


(articolo pubblicato sul quotidiano telematico NAPOLI.COM) 
Pasquale De Renzis

mercoledì 23 novembre 2011

THIS MUST BE THE PLACE – il cinema fuori dall’ordinario di un inventore d’immagini napoletano


Se bastasse un’immagine iconografica a rappresentare un’opera d’arte This Must Be The Place avrebbe nel volto di Sean Penn, truccato alla stregua di Robert Smith dei Cure per interpretare la rockstar Cheyenne, il suo simbolo perfetto; ma visto che è di Cinema che si parla e che l’opera d’arte in questione è di Paolo Sorrentino sarebbe riduttivo limitarsi a tale rappresentazione. Il personaggio di Cheyenne, la sua storia, sono il mezzo che Sorrentino utilizza per disegnare uno degli affreschi cinematografici più originali e anticonvenzionali degli ultimi anni, anche per merito dell’eccezionale fotografia di Luca Bigazzi. La trama, caratterizzata dal classico sarcasmo sorrentiniano, si divide in due parti legate indissolubilmente dal ritmo flemmatico che il protagonista impone alla narrazione attraverso la fisicità e la parlata: dalla scoperta graduale dell’ex rockstar Cheyenne e del suo modo di vivere a Dublino si vira ad un atipico road movie che accompagna la ricerca di un criminale nazista in giro per l’America. Il sentimento di vendetta che nasce nel protagonista alla morte dell’anziano padre e alla lettura dei diari in cui spiega le umiliazioni subite ad Auschwitz, si manifesta lentamente e inaspettato per la personalità della rockstar che tutto è parso fino a quel momento fuorché un simil angelo vendicatore capace di uccidere qualcuno. E infatti dall’attimo in cui comincia ad investigare per scoprire dove si trova quello che fu il carceriere del padre, Cheyenne non esterna mai emotivamente la sete di vendetta e la sua indolenza lo abbandona solo quando al cospetto dell’amico cantante David Byrne (interpretato da sé stesso) si sfoga confessando ciò che pensa sia stata la propria vita fino ad allora. La magnificenza di This Must Be The Place è nella capacità evocativa delle immagini che ogni singola scena regala allo spettatore; la sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista con Umberto Contarello diviene un filtro utile a portare determinate situazioni ad essere rappresentate non tanto con un dialogo quanto con un particolare di ripresa o con un campo lungo piuttosto che con dei movimenti funzionali all’azione dei personaggi tutti degni di primo piano a sottolineare anche solo l’intenzione di approfondire attraverso uno sguardo gli sviluppi interiori di ognuno di loro. Sarebbe stato però solo un perfetto esercizio stilistico questo film se non ci fosse stato ad interpretarlo da protagonista l’attore più sorprendente degli ultimi vent’anni: Sean Penn si è inventato un personaggio magneticamente apatico partendo dalle sembianze del cantante dei Cure per timbrare un’idea di quella tipologia di rockstar studiata con Sorrentino, ma a parte tale spunto reale ha scoperto il suo Cheyenne immaginandosi una camminata dinoccolata, una parlantina incerta e sussurrata, una risata appena accennata che rimarrà nella storia del Cinema, uno sguardo distaccato e assente, e una ballata memorabile sulle note di The Passenger di Iggy Pop cosa che più di ogni altra temeva alla lettura della sceneggiatura. Il racconto non può prescindere dal modus interpretativo deciso da Sean Penn e ogni singola scena è condizionata dalla lentezza di base che caratterizza il suo personaggio, tanto che tutti gli altri interpreti si mettono al servizio di tale anomala condizione narrativa facendo da contraltare in tutti i sensi a Cheyenne, a cominciare dalla bravissima Frances McDormand nei panni della moglie- pompiere che cerca col suo approccio rassicurante di tranquillizzare il coniuge senza scuoterlo più di tanto dallo stato in cui si trova ma stando al suo gioco così da far divenire emblematici tutti i dialoghi che li vedono protagonisti. Elemento fondamentale per questa pellicola è la musica scritta da David Byrne che recita anche in una breve scena oltre a regalare una splendida performance dal vivo della canzone (scritta ai tempi dei Talking Heads) che dà il titolo al film e che fa da tappeto sonoro per tutta la durata della storia: proprio il frammento del concerto di Byrne che canta This Must Be The Place è significativo dell’essenza del lavoro di Paolo Sorrentino, perché l’interpretazione viene mostrata e fatta ascoltare totalmente a differenza della maggior parte delle opere cinematografiche che di tali situazioni ne riportano solo pochi attimi; invece l’importanza sonora, visiva ed evocativa di questa scena sottolineano l’assoluta necessità del regista napoletano di personalizzare il suo Cinema fregandosene di quelle regole narrative e ritmiche alla base dell’omologazione cerebrale di cui è vittima lo spettatore medio contemporaneo. Paolo Sorrentino è un geniale creatore d’immagini e con la sua prima opera lontano dall’Italia ha dimostrato di essere all’altezza di imporre il proprio stile qualitativamente e tecnicamente senza scendere a compromessi con la volontà commerciale dell’industria cinematografica ma servendosene per fare esattamente il film che aveva in mente, grazie soprattutto ad uno straordinario Sean Penn; This Must Be The Place è un’intensa esperienza visiva molto poco convenzionale, che difficilmente incontrerà il piacere unanime del pubblico…ma questo è il prezzo a cui vanno incontro le migliori opere d’arte.



Paco De Renzis 
(articolo pubblicato su l'INDIEPENDENTE WEBZINE)    

MELANCHOLIA – che delusione Von Trier senza “Dogma”


Un atroce dubbio alimenta un’angoscia costante durante i 130 minuti di visione di Melancholia: avrà mai fine questo film? La prima parte dell’opera di Von Trier sembra strizzare l’occhio in maniera poco elegante allo straordinario Festen di Thomas Vinterberg, con un ritratto di famiglia impietoso in questo caso racchiuso in una festa di matrimonio che mano mano scopre i contorni della devastazione mentale della sposa. Eppure la brutta copia di quello che era stato il film capostipite del manifesto Dogma ’95 creato da Von Trier con altri registi danesi non è il peggio che possa assicurare la pellicola, perché le pieghe depressivo-apocalittiche che prende la storia affondano totalmente l’attenzione dello spettatore a cui quasi non interessa più dove vogliano andare a parare i protagonisti spauriti: che siano le due sorelle, tra cui c’è la sposa che non voleva sposarsi e infatti è riuscita a farsi mollare dal marito in tempo per non consumare sfogandosi sul prato con un giovane pseudo-collega di lavoro conosciuto alla festa di nozze, oppure che sia il padrone di casa stramiliardario e razionale all’inverosimile con il figlioletto che ad ogni risveglio avverte che la propria famiglia si sta disgregando in attesa del fantomatico big bang. Dopotutto gli attori non hanno colpa dell’inconcludenza di questa insopportabile storia, anzi sono bravi nel loro ruolo di vittime sacrificali dell’instabilità cinematografica del Von Trier post-dogmatico. Lo scricchiolio avuto con Antichrist ha portato ad una fantomatica lesione autoreferenziale il regista danese a cui si devono alcuni dei film più originali e importanti degli ultimi vent’anni (Dogville – Dancer in the dark – Le onde del destino – Idioti): l’intenzione che aveva nel girare Melancholia era addirittura di allontanarsi il più possibile da una trama liberando l’occhio visionario e invece si è ritrovato ingabbiato in una storia che oltre a evitargli qualsiasi possibilità di sperimentazione visiva (eccetto il breve fascino del prologo) ha reso il film un’ingombrante e noiosa parabola che rimpalla in maniera per nulla lineare tra psicologia e astrofisica, finendo nel clamoroso paradosso di una storia dal sapore decisamente inconcludente nonostante si concluda con la fine di tutto per antonomasia, l’esplosione della Terra.
Lars Von Trier resta uno dei registi più innovativi del Cinema moderno, ma Melancholia è a mio parere un film molto deludente.   

(articolo pubblicato su il mediterraneo ; NAPOLI.COM ; l'INDIEPENDENTE WEBZINE)
Paco De Renzis


martedì 22 novembre 2011

L’IDEA DI CINEMA DI SORRENTINO…PARLANDO DEL SUO FILM “AMERICANO”

Incontro con il regista napoletano per l’uscita di This must be the place con Sean Penn


Nel 2008 la giuria del Festival di Cannes decretò il successo internazionale di un regista italiano che in patria era già da qualche anno alla ribalta per film originali e spiazzanti come L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore, L’amico di famiglia: il Premio della Giuria fu consegnato a Paolo Sorrentino dalle mani del Presidente della “commissione” Sean Penn che era rimasto talmente folgorato da Il Divo da esprimere la sera della premiazione il desiderio di lavorare un giorno in una pellicola del regista italiano. A Sorrentino pareva un sogno, a parte il premio, sentire quelle parole da uno dei migliori attori in circolazione; e caparbiamente si è messo d’impegno affinché quel sogno si realizzasse. Nel 2011 in sala è arrivato il risultato dei desideri incrociati del regista e dell’attore: This must be the place diretto da Sorrentino e interpretato da Sean Penn è stato presentato al Festival di Cannes e per l’uscita nei cinema italiani il regista si è concesso a pubblico e giornalisti nonostante non ami per nulla i giri promozionali. Nella sua città natale, Napoli, ha deciso però di triplicare la presentazione del film in un tour de force, più che fisico, emozionale passando dal Cinema Filangieri all’America Hall per terminare con una serata che a Castel Sant’Elmo il NapoliFilmFestival 2011 ha dedicato a lui e al produttore/presidente Aurelio De Laurentiis (“e se in futuro lavorassimo insieme?” si sono detti i due). Come sempre Paolo Sorrentino ha reso ognuno degli incontri interessante spaziando dalla sua idea di Cinema alla realizzazione del film “americano” approfittando anche per esprimere un’opinione sul momento attraversato dalla città in cui è nato e cresciuto.

Qual è stato lo spunto per giungere ai temi principali di This must be the place, il ritratto di una rockstar depressa e la caccia a un criminale nazista?
Per quanto mi riguarda, ogni film deve essere una caccia smodata all’ignoto e al mistero. Non tanto per trovare una risposta, quanto per continuare a tenere viva la domanda. Durante la genesi di questo film, una delle tante domande che non mi abbandonavano mai riguardava la vita segreta, misteriosa che, da qualche parte nel mondo, gli ex criminali nazisti sono costretti a condurre. Uomini, ormai, con le armoniose fattezze di anziani innocui e bonari, in realtà preceduti dall’innominabile crimine per eccellenza: lo sterminio di un popolo. Dunque, un rovesciamento dell’immaginario. Per scovare uno di questi uomini ci voleva una caccia e per avere una caccia ci voleva un cacciatore.
Ma come è venuto in mente di scegliere come cacciatore un personaggio così strano come la rockstar Cheyenne?
Qui entra in gioco un elemento ulteriore del film: una mia necessità istintiva di innescare nel dramma una componente ironica. Allora, per raggiungere questo obiettivo, insieme allo sceneggiatore Umberto Contarello, abbiamo cominciato a scartare le ipotesi del cacciatore “istituzionale” di nazisti e pian piano siamo approdati ad un opposto assoluto del detective: una ex rockstar lenta e pigra, sufficientemente annoiata e chiusa in un proprio mondo autoreferenziale da essere così, apparentemente, la figura più lontana dalla ricerca insensata, in giro per gli Stati Uniti, di un criminale nazista, ormai probabilmente morto. Lo sfondo del dramma dei drammi: l’olocausto, e il suo avvicinamento a un mondo opposto, fatuo e mondano per definizione, quale quello della musica pop e di un suo rappresentante, mi è sembrata una combinazione sufficientemente “pericolosa”, da poter dare vita ad una storia interessante.
Una storia interessante ma decisamente rischiosa sia per il tema della Shoa sia per il modo in cui ha deciso di raccontarla.
Amo fare film che mi espongono al pericolo, perché solo dentro il pericolo del fallimento credo che il racconto possa autenticamente vibrare. Spero di aver scansato il fallimento in questo caso.
Quindi è dovuta a questo la sua intolleranza nei riguardi della trama in un film?
Più che non tollerarla credo che la trama non sia l’aspetto principale, almeno dei miei film; ed è un pensiero che ha a che fare con il mio gusto da spettatore. Amo giocare di più con gli sviluppi interiori dei personaggi.
Qual è stato l’apporto di Sean Penn alla pellicola?
Sean Penn è l’attore ideale per un regista. Perché è estremamente rispettoso delle idee del regista e non solo ha il dono di migliorarle, ma possiede anche il talento sconfinato che gli permette di raggiungere un’autenticità e una profondità sul personaggio che francamente a me sarebbero state sconosciute anche se ci avessi riflettuto una vita intera. In una caldissima giornata di luglio, a New York, abbiamo fatto la prima prova di trucco e costumi con lui: è stato un piccolo miracolo che accadeva sotto i miei occhi, assistere in silenzio alla progressione inesorabile dell’attore Sean Penn, che un passo alla volta, attraverso il rossetto, il rimmel sugli occhi e poi indossando i costumi e infine muovendosi, in un modo naturale e allo stesso tempo diverso da come si muove lui, si trasfigurava in un’altra cosa, diametralmente opposta, che era il personaggio di Cheyenne.
In questo film la musica gioca un ruolo molto importante sia in senso iconografico riguardo alle sembianze del personaggio della rockstar, sia in senso strettamente sonoro riguardo all’accompagnamento e alle canzoni che caratterizzano l’opera: in base a cosa ha fatto determinate scelte?  
Il look di Cheyenne è ispirato a quello di Robert Smith, il leader dei Cure. Da ragazzo avevo visto i Cure in concerto diverse volte. Poi, tre anni fa, ci sono tornato e ho visto Robert Smith, ormai cinquantenne, con lo stesso, immutabile look di quando aveva vent’anni. E’ stato impressionante nel senso positivo della parola. Vedendolo da vicino, mentre attraversava il backstage, ho compreso quanto può essere bella e commovente la contraddizione nell’essere umano. Un cinquantenne immerso in un look che si addice per definizione ad un adolescente. E non c’era niente di patetico. C’era solo una cosa che al cinema come nella vita può assumere i contorni estatici della meraviglia: l’eccezionale, inteso come eccezione unica e inebriante, e in parte questo ha influito anche sulla sceneggiatura. Mentre le musiche, come direbbero certe scrittrici di romanzi rosa, le ho scelte col cuore. Al di là della battuta, è proprio così. Non sentivo la necessità, come ho fatto in passato, di “ragionare” sulla musica. Volevo invece rivivere quelle vertigini di passione ed emozione che provavo da ragazzo quando mio fratello, di nove anni più grande, m’introduceva alla bellezza del rock. Ho trascorso quel periodo della mia vita a vivisezionare fino alla patologia soprattutto i Talking Heads e il suo genio, David Byrne. E allora un po’ temerariamente ho chiesto a David Byrne tre cose: di usare “This must be the place” come titolo e canzone portante del film, di comporre la colonna sonora e di interpretare se stesso in un cameo. E, clamorosamente, David ha accettato tutte e tre le cose.
Già da qualche anno non abita più a Napoli: come giudica la condizione della sua città ora che non ci vive più?
L’elezione a sindaco di De Magistris ha portato un’onda di entusiasmo che ha coinvolto tutti, me compreso; ora le aspettative sono alte così come il bisogno di risposte concrete, e questo riguarda anche me che non vivo più a Napoli ma resto napoletano e ci torno volentieri spesso. Non nascondo che conto di tornare a girare quanto prima in città anche perché avendoci vissuto 37 anni la conosco abbastanza e voglio bene a Napoli. Nessun altra città è pari in quanto a creatività e personalità e Napoli è da sempre uno dei più importanti centri culturali del mondo e uno degli obiettivi primari che devono porsi le istituzioni è di favorire le condizioni che riportino la città a primeggiare nella cultura.

 (versione integrale dell'articolo pubblicato nel numero di novembre del periodico il mediterraneo)
Paco De Renzis